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Associazione "I Bambini per i Bambini" Onlus


I post di oggi:

Aprite quella porta

Un finto horror per raccontare l'orrore vero delle rianimazioni italiane.

Lo spot su You Tube

Attraverso la campagna di sensibilizzazione “Aprite quella porta” l’associazione onlus “I Bambini per i Bambini” intende denunciare e portare all’attenzione dell’opinione pubblica la drammatica e disumana situazione in cui versano i minori (e non solo) ricoverati nei centri di terapia intensiva degli ospedali italiani.

 Alle sofferenze e alle difficoltà cui sono quotidianamente sottoposti i piccoli pazienti a causa delle gravi malattie, si aggiunge il disagio causato all’improvviso cambiamento di ambiente, dallo smarrimento di vedersi in un nuovo luogo di degenza con malati gravissimi, si aggiunge la separazione dai propri genitori, cui viene imposto di lasciare il figlio  solo in ottemperanza alle regole del reparto.

Solo per pochi minuti al giorno infatti a mamme e papà di bambini e ragazzi ricoverati è concesso stare accanto al proprio figlio. Da mezz’ora a 6 ore giornaliere, a seconda dei reparti presso i quali sono in cura i minori. Una porzione di tempo infinitesimale se si pensa alla condizione di estremo disagio, di sofferenza, di incertezza che prova costantemente i piccoli degenti. In pericolo di vita, tra crisi respiratorie, dolori, cavi per l’alimentazione e quant’altro viene loro negato anche il diritto ad avere accanto un genitore, quel necessario conforto, quel bisogno, quella necessità di sicurezza che fornisce la presenza di una madre o di un padre in quelle che possono essere le loro ultime ore di vita. In Italia, in media, i familiari possono restare in rianimazione solo per 60 minuti al giorno; entrano solo i parenti stretti (92% dei casi); l' ingresso ai bambini è vietato (69% dei casi) e le regole non subiscono eccezioni anche in caso di morte imminente nel 25% delle unità. Una significativa testimonianza è la storia di Claudia (in allegato); la lettera che ci è stata recapitata racconta di come bambini di uno due anni, con i genitori irrimediabilmente lontani  e soli dietro una porta chiusa, vengono legati alle sbarre del loro lettino per far sì che non si muovano. Legati e soli. Così aspettano la morte tra sofferenze, respiratori e flebo.

Non avviene lo stesso scempio disumano in Europa, e anche in Italia da qualche anno la situazione sta cambiando. La prime battaglie sono state portate avanti in Nord America ed oggi la situazione è cambiata. In Italia, il 99% delle unità di rianimazione è a "porte chiuse" (usa cioè criteri altamente restrittivi sia quanto al tempo concesso, sia quanto alla selezione degli "ammessi"), mentre in America il  30% e in Svezia addirittura il 70% dei centri di Terapia intensiva è aperto full-time ai genitori dei piccoli ricoverati;. in Toscana la Commissione di Bioetica ha avviato per conto della Regione un’indagine che ha analizzato il problema alle radici: «la Rianimazione e la Terapia intensiva – leggiamo nella relazione - sono reparti “altamente tecnologici”, nei quali la spersonalizzazione del malato è considerata massima rispetto ad altri reparti e dove massima è stata la chiusura verso l’esterno»,  la Commissione confuta successivamente tutte le principali argomentazioni presentate da chi sostiene la necessità di restrizioni alla presenza di un familiare o altra figura di riferimento accanto al paziente: Rischio di infezioni («la responsabilità principale delle infezioni al trasferimento dei micro-organismi da paziente a paziente è ad opera del personale infermieristico e medico…si ridimensiona la responsabilità dei visitatori provenienti dall’esterno dell’ospedale»), Interferenza con il trattamento («La presenza dei familiari di per sè non riduce il livello di cura ai pazienti e, anche se può costituire un fattore ulteriore di stress per l’equipe curante, è comunque in grado di offrire un valido supporto durante l’ammissione del paziente e facilitare la comunicazione fra i diversi soggetti»), Stress per il paziente («E’ ampiamente provato che la vicinanza dei propri cari è un fattore positivo per il paziente, poiché determina una riduzione dell’ansia e dello stress che la criticità della infermità e l’ostilità di un ambiente ipertecnologico comportano»), Stress per l’accompagnatore («è stata osservata una riduzione degli indicatori di stress nell’88% dei familiari; una presenza più assidua, infatti, aiuta i parenti a familiarizzare con l’ambiente, ad acquisire maggiore fiducia negli operatori e di conseguenza riduce il livello di ansia, ad oggi alimentata anche dalle lunghe attese in ambienti spesso inadeguati»). La relazione si concludeva così: «L’alleanza terapeutica tra curanti, paziente e famiglia può trovare dunque nell’apertura delle Rianimazioni e delle Terapie intensive una delle sue espressioni più ricche di significato».

 « Diversi studi hanno dimostrato che le Terapie intensive con modello ‘pazientecentrico’ ottengono risultati migliori rispetto a quelle con modelli cosiddetti ‘patologiacentrici’ -spiega il Dottor Sergio Livigni del San Giovanni Bosco , dove la ranimazione aperta non si ferma al livello teorico - Non vi è alcun motivo  razionale nel limitare le visite, anzi, la famiglia può contribuire alla cura dal paziente».

 Il Professor Sandro Veronesi ha recentemente bene illustrato con poche parole cosa significa il bisogno di avere qualcuno accanto durante tante ore di sofferenza, sospesi tra la vita e la morte: «La sofferenza, quella profonda, psicologica ed esistenziale, si risolve solo con la "compassione", nel senso greco del termine, soffrire insieme».

 

Ecco i principali progetti che segue la nostra associazione:

Un computer per amico
La dotazione di postazioni multimediali poste accanto ad ogni letto di degenza all’interno di reparti protetti acquisisce una  importantissima  valenza psicologica, riducendo lo stato di isolamento in cui vengono a trovarsi i bambini ricoverati in ospedale ... Comment

Progetto Affido
Attraverso un cortometraggio, e la Festa Internazionale del Cinema di Roma è stato possibile amplificare la sensibilizzazione su un tema, come quello dell’affido, ancora poco conosciuto. Comment

Reparto Adolescenti
Realizzare per la prima volta in Europa un centro di ematologia che tenga veramente presente i bisogni dei degenti di tutte le età. Quando si parla di reparti pediatrici non si pensa mai che oltre il 40% dei degenti ha un’età compresa tra i 13 ed i 20 anni, adolescenti/giovani adulti quindi con necessita diverse da quelle di un bambino.. Comment